Il Blog di Mangiare Bene

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Isabella Bossi Fedrigotti

Isa, come la chiamiamo noi amici, la conosco potrei dire da sempre. Da sola e poco alla volta è riuscita a guadagnarsi un successo più che meritato senza però trascurare mai né la sua famiglia né i suoi amici. Non solo è fra le scrittrici più lette in Italia ma i suoi libri sono best seller anche all'estero.Ha iniziato appena laureata a lavorare al Corriere della Sera, facendo la sua bella gavetta. Attualmente scrive per il Corriere articoli di costume ed  è suo il blog Così è la vita sull'edizione on-line del Corriere della sera.Il suo percorso di scrittrice, inizia negli anni '80 con Amore mio uccidi Garibaldi (Longanesi), romanzo epistolare ispirato a un carteggio di famiglia ai tempi della Terza Guerra d'Indipendenza. Nel 1991, col terzo suo romanzo Di buona famiglia (Longanesi), storia di due sorelle legate da un rapporto di odio-amore, vince il Premio "Campiello". Seguono poi molti altri romanzi per arrivare all'ultimo Quando il mondo era in ordine (Mondadori editore): dove parla della sua infanzia  e dei cambiamenti percepiti durante la sua crescita. Questo è il suo  ricordo dei digiuni del Venerdi Santo scritto per Mangiarebene.

(nella foto: Maria José, Giampaolo, Isabella e Maurizio Bossi Fedrigotti)

Paradossalmente era il pranzo del venerdì santo quello che aspettavo per tutto l'anno. Giorno di digiuno e astinenza, era per me una festa: segreta però, perché non stava bene godersi qualcosa, pregustandolo addirittura, nel venerdì di massima penitenza. Benvenuta era per me quella data, unica nella quale non arriva in tavola né l'odiata carne né l'ancora più odiato pesce. Bistecche, arrosti, cotolette, piccatine o stracotti sempre nascondevano infatti grasso o nervi che, nonostante le cautele, a sorpresa mi trovavo in bocca, costretta a ingoiare il boccone perché sputare era assolutamente proibito. Quanto ai pesci, gli unici che allora arrivavano – per economia e per latitudine geografica – sulla nostra tavola erano delle vischiose trote di allevamento o del non meglio identificato “vitello di mare”, nerastro palombo affettato e impanato.

Al venerdì santo si mangiava invece soltanto un dolce: niente di lussuoso e cremoso, ma una rustica torta di brioche calda e farcita con un po' di marmellata. Un dolce austriaco, da tè o prima colazione, giudicato troppo modesto per occasioni che non fossero di penitenza. Infatti a volte ci toccava anche al mercoledì delle ceneri. Nostro padre, che invece amava carne, pesce, salse, soufflé, soffici torte farcite e tutti i manicaretti ricchi, costosi ed eleganti, disprezzava, invece, quella misera brioche, considerandola un piatto da poveri, da bambini o da vecchi.
E perciò, autonominandosi autorità ecclesiastica, aveva stabilito che, per rendere il piatto meno austero e soffocante, era permesso accompagnarlo con qualche cucchiaio di una salsa – anch'essa calda – di vaniglia.
Fingendo penitenza ci godevamo dunque quel dolce celestiale che, così accompagnato, finiva per piacere – ne sono sicura – anche ai genitori. Ma non lo ammettevano affinché l'ipocrisia non venisse smascherata, e perciò mai si mangiava la brioche in giorni che non fossero di ceneri e di magro.