Le Marinate

Latte di gallina

Finire a tarallucci e vino

Ci stiamo addentrando nel festoso clima natalizio e proprio perché dovrebbe essere festoso sarebbe opportuno che ogni piccola o grande lite finisse in modo amichevole, cioè a tarallucci e vino.
La sottoscritta non è sicura invece di finire a tarallucci e vino con i lettori pugliesi e napoletani, perché la questione del luogo di nascita del tarallo o taralluccio è spinosissima e va presa con le pinze.
I dizionari convenzionali se ne lavano le mani definendo il tarallo come “biscotto meridionale” e il taralluccio come un diminutivo usato soprattutto nell’espressione di cui ci stiamo occupando.
Potremmo dire che il taralluccio pugliese si è diffuso prima e con maggiore rapidità rispetto al cugino tarallo napoletano e che entrambi costituiscono una variante plausibile che ci aiuta a capire meglio il contesto dell’espressione.

Il taralluccio pugliese è fatto con olio d’oliva, farina, vino o acquavite, semi di finocchio (o anice) e peperoncino e ne esiste una versione dolce (zuccherata o glassata) che è relativamente recente. Sembra che l’origine del taralluccio pugliese risalga al 1400 e che quando non tutte le case disponevano di un forno, nei giorni di festa le donne facessero la fila nel forno pubblico per infornare la propria teglia di tarallucci. Si mangiavano nelle osterie, accompagnandoli con il vino, come una specie di aperitivo, ma anche nelle case contadine venivano spesso offerti all’ospite in segno di cordialità e amicizia. L’espressione nascerebbe quindi in un ambiente conviviale, sebbene l’etimologia della parola tarallo sia assai incerta: potrebbe venire dal latino “torrére”, cioè “abbrustolire”, o dal greco “daratós”, “specie di pane”.
Anche il tarallo napoletano si mangia in compagnia e nasce come piatto povero; ne dà abbondante testimonianza il verismo di Matilde Serao nel suo romanzo “Il ventre di Napoli”. Il tarallo napoletano veniva confezionato con gli avanzi di pane, a cui il fornaio aggiungeva strutto (molto più calorico del taralluccio, quindi), molto pepe e, in tempi più recenti, le mandorle. Costava poco, andava bene al fornaio per riciclare gli avanzi di pane e andava bene pure al popolo per riempirsi la pancia vuota con pochi soldi. Nelle osterie si serviva con vino di poco pregio e siccome il pepe stimola la sete, c’è da immaginare che la gente finisse più che allegra. Una tradizione assai poco rispettata vuole che il tarallo, anziché nel vino, s’inzuppi nell’acqua di mare (non sempre la tradizione è saggia!).
I tarallucci sono tipici della zona di Putignano mentre, per quel che ne so, i migliori taralli si mangiano a Mergellina.

A Napoli un tempo esisteva la figura del tarallaro, il venditore ambulante di taralli, che andava in giro per le strade con la sua sporta piena di taralli avvolti in una coperta per tenerli caldi.
In napoletano esiste l’espressione sembrare la sporta di un tarallaro, che indica una persona completamente sopraffatta dagli avvenimenti, sbattuta qua e là dal caos della vita, proprio come la sporta del tarallaro.

Finire a tarallucci e vino

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