Le Marinate
Quisquilie & pinzillacchere
Maccheroni alla san Giovanni
Una delle arti culinarie più diffuse nel nostro paese è quella della cucina degli avanzi. O meglio creare ricette per gli amici con tecniche che risalgono all’antico utilizzo di ciò che era rimasto al termine della cena la sera precedente.
Un piatto molto popolare di origine napoletana è I Maccaruni ’a Scarpariello ossia gli Spaghetti del Ciabattino. Infatti quel mestiere antico di risolar le scarpe consumate dall’uso veniva praticato da artigiani che lavoravano a livello strada in piccole botteghe sottostanti l’abitazione della propria famiglia. Ed era consueto che all’ora del pranzo la solerte moglie facesse pervenire al ciabattino, a mezzo di un cesto calato con una corda dalla finestra sovrastante la bottega, una padella unta con un filo d’olio e riempita degli spaghetti al pomodoro avanzati la sera prima.
Il banchetto di lavoro del ciabattino era sempre munito di un fornello acceso con la carbonella dove usualmente veniva tenuta calda in recipiente opportuno la colla necessaria a risuolare le scarpe dei clienti. La colla veniva tolta dal fuoco momentaneamente per far posto alla padella e consentire all’abile ciabattino di ……rosolare la pasta del giorno prima dandole un nuovo più acceso sapore di croccante bruciacchiato.
Con un tocco più raffinato il cuoco dei Duchi di Castelmola, una nota famiglia aristocratica partenopea, eseguì gli spaghetti del ciabattino che furono chiamati in quell’occasione
Il Duca di Castelmola sosteneva di intendersi molto di cucina e non perdeva occasione per pontificare sugli aspetti storici e realizzativi della gastronomia. Egli si rese celebre per un gustoso episodio in un Circolo cittadino dove era in fase di preparazione un pranzo.
A qualche ora dal suo inizio, quando il nervosismo dei cuochi era al massimo, il gentiluomo entrò in cucina per verificare l’opera dello chef, che in quel momento si dava da fare per realizzare una salsa.
Dopo un breve assaggio cominciò con ordini secchi rivolti al cuoco piuttosto infastidito: “Peppì, un po’ di sale!” E il cuoco, scettico, provvide a spruzzarne un’idea nella salsa.
“Peppì, il pepe!” E ancora, il povero chef a spargere pepe.
“Peppì, un’idea di brodo!” Pronto, Peppino si diede da fare con un mestolino.
“Peppì, curaçao!” Che come saprete, si pronuncia chiurassò.
“Duca, songh ‘e sette e mmezzo, e se nun ve ne iate, ccà stasera nun se magna!” Fu la risposta lapidaria del cuoco, che con poca esperienza internazionale interpretò il nome del celebre liquore del centro America per “che ore sono”.
Ingredienti
Per 6 persone
600 gr. di spaghetti
80 gr. di olio di oliva
1 spicchio d’aglio
1 Kg di pomodori pelati
5 o 6 foglie di basilico
100 gr. di concentrato di pomodoro
Procedimento
Rosolate a fuoco dolcissimo l’aglio nell’olio fino a che si è ammorbidito ma non ancora colorito; schiacciarlo successivamente con una forchetta e continuare la cottura fino a coloritura. Toglierlo dal tegame e versare nell’olio un poco raffreddato i pelati, il concentrato sciolto in mezza tazza d’acqua e il basilico con un poco di sale.
Cuocere la salsa a fuoco piuttosto vivace fino a quando sarà evaporata quasi tutta l’acqua di vegetazione del pomodoro e si vedrà chiaramente separarsi l’olio dal pomodoro stesso. Aggiustare di sale.
Cuocere gli spaghetti in abbondante acqua salata molto più al dente del normale. Devono essere quasi crudi. Scolarli, raffreddarli e condirli con tutta la salsa.
Disporli successivamente su una teglia da forno ben sparpagliati. Essi devono risultare quanto più possibile distaccati l’uno dall’altro e non sovrapposti. Meglio nel caso adoperare due teglie.
Cuocerli in forno a 180°C rivoltandoli spesso con una spatola di legno (circa ogni 5 – 6 minuti), fino a che diventeranno croccanti e ricoperti di un velo di salsa. Durante la cottura aggiungere eventualmente altra salsa se gli spaghetti dovessero risultare poco conditi. Servirli ben caldi.
Per dare un tocco sofisticato ed originale al piatto sopra descritto si possono presentare a tavola i Maccheroni alla San Giovanni accomodando la pasta appena sfornata all’interno di una di quelle grandi pagnotte rotonde di farina integrale, alla quale si è provveduto in precedenza a ricavare un coperchio, ritagliando lungo la periferia la calotta superiore. Naturalmente l’interno della pagnotta va svuotata della mollica che potrà essere utilizzarla in altra occasione indurita e ridotta a pangrattato.