Le Marinate

Il libro è servito : Le Ricette di MangiareBene

Cucinoterapia. Curare, accudire, amare se stessi e gli altri con il cibo

Roberta Schira
2008, Salani editore
11 euro

Cucinoterapia. Curare, accudire, amare se stessi e gli altri con il cibo

È un libro che cura l’ultima creatura di Roberta Schira, affascinante food writer ex insegnante di italiano, redenta dalla passione per pentole e fornelli. Già campionessa di block busters con la collana di Claudio Sadler e musa di Allan Bay, nonché autrice cult di Ponte alle Grazie, con Salani ha firmato l’ultimo volume di una farmacopea editoriale che dalla gattoterapia alla cioccolatoterapia, passando per sdolcinatezza e pamphlet, è approdata ad un nuovo protocollo di cura.
La panacea si chiama cucina; la posologia e gli effetti collaterali si declinano in base a 13 patologie, che affliggono nonni e raga, bimbi, animali domestici e coppiette. Ma l’idea è una sola: per sconfiggere l’ansia che il cibo ingenera in tutti noi, quale sirena di una società dei consumi che ci pretende magri e scattanti, basta sostituire il desiderio compulsivo con l’agire culinario, la forchetta con il mestolo e il grembiule. Dalla progettazione alla manipolazione, alla creazione e all’assaggio, una serie di gratificazioni possono aiutare a cementare l’io, costruendo rapporti armoniosi con noi stessi, il mondo esterno e gli altri, fino al momento culminante del convivio. Il focolare a cui scaldarsi si chiama comfort food, che sta per “qualunque pietanza o bevanda a cui una persona ricorre per ottenere sollievo immediato, di sicurezza o di ricompensa a vario titolo”. Un po’ come il nursery food, quel profumo d’infanzia che persino Davide Scabin ricerca nei suoi piatti d’avanguardia, sulle orme della pastina con il formaggino Mio; anche se la Schira preferisce parlare di soul food, il cibo per l’anima che si ottiene praticando una corretta cooking therapy. Morbido e caldo, rassicurante, evocativo, quotidiano e tendenzialmente amidaceo… può ricordare il purè di patate di Fulvio Pierangelini: il gusto assoluto.
A me è piaciuto particolarmente il capitolo “Cucinare per guarire ed evadere”, che passa in rassegna diverse battaglie contro la sofferenza e l’emarginazione. Tanto per cominciare l’articolata esperienza di San Patrignano, culminata nel ristorante Vite, dove i ragazzi della comunità trasformano i loro prodotti in gustosi manicaretti, serviti ai tavoli dai colleghi. In secondo luogo la sfida di Opera 22 a Prato, un ristorante che cura i ragazzi autistici coinvolgendoli nelle attività di cuoco, cameriere, sommelier. E per finire l’esperienza quotidiana di tutti i carcerati d’Italia, che trovano una via di fuga nella riappropriazione del momento del pasto contro la sciatteria della casanza, il rancio in gattabuia. Persino ad Auschwitz, dove secondo gli storici la denutrizione era uno strumento di disumanizzazione e di comando, il cibo era argomento principe di conversazione e molti nella notte lo sognavano, digrignando estaticamente i denti come ricorda Primo Levi.
In apertura un divertente test passa ai raggi x il mangiatore contemporaneo, che a seconda dei comportamenti al supermercato e dello stato del frigorifero finisce catalogato nelle tre categorie del gaudente, del tormentato e dell’indifferente. La diagnosi è il pretesto per altrettante ricette ad hoc a firma dell’autrice, che sparge briciole golose lungo tutto il volume, per sdrammatizzare le nostre ansie quotidiane. Racconti di amici, aneddoti, citazioni colte completano la casistica di un’inedita psicologia del gusto: dall’impiegata che non mangia rosso per ostracizzare la rabbia contro il capo all’ergastolano che fabbrica coltelli di fortuna con le lattine dei pelati; da Claretta, che a 5 anni perdona la mamma separata intridendo paste frolle, al veterinario latinista Giancarlo, che emula mamme e nonne con gli amici del Club della Frattaglia, siamo tutti malati di cibo con l’appetito giusto per guarire.

Alessandra Meldolesi