Le Marinate

Il libro è servito

Aglio e zaffiri

Ruth Reichl

Traduzione di Patrizia Traverso
Ponte alle Grazie, 2005
15,00 euro

Chi siamo mentre mangiamo? Feuerbach avrebbe risposto: ciò che mangiamo. E una girandola di emozioni, come quelle che travolgono i critici gastronomici di fama, facilmente si rovescia in un caleidoscopio di personalità che sfuggono al controllo razionale. Chi legge Shakespeare è Shakespeare. Ma chi mangia Sirio Maccioni entra a far parte di un circo che non lascia scampo ai nasi rossi dei clown.
La gastronoma pirandelliana si chiama Ruth Reichl e relega l’esistenzialismo sullo sfondo, perché il pretesto narrativo è rigorosamente autobiografico – anche se è dura convincersene nel crescendo del plot, che sussulta di una prosa energetica e sfavillante.
Del resto stiamo parlando di una giornalista del New York Times, “il primo quotidiano d’America”: la quarantenne food writer del Los Angeles Times, assunta (obtorto collo) per assestare sberle e stellette agli chef d’oltreoceano. Puritanamente alle prese con la complessa deontologia della sua professione: ovvero come evitare che al riconoscervi nel ristorante esaminato, i lamponi crescano a dismisura rispetto alla tortina del vicino, che pure continua a tripudiare fra gridolini d’estasi (la claque dello chef)?
L’anonimato si può comprare in uno sgangherato negozietto di parrucche a Chinatown, al prezzo di pochi dollari in versione rossa, nera o biondo cenere, ma al costo anche di una logorante esperienza borderline. Presentandosi sotto mentite spoglie, il critico onesto si metterà al riparo dai trattamenti di favore, ma potrà anche sperimentare le fragilità del suo ego e quanto sia iniqua la società della ristorazione, come un reporter travestito da turco in miniera.
La prima presenza evocata è quella di Molly Hollis, massaia di Birmingham con 2 figli al college e un severo tailleurino Armani, poi è la volta di Miriam Brudno, niente di meno che la madre di Ruth, estrosa e rissosa vecchietta che introduce toni da psicodramma. Meglio sperimentare le proprie armi seduttive nelle vesti della biondissima Chloe o un’esuberante simpatia nella parrucca fulva di Brenda, l’irriducibile hippie che è dentro ognuno di noi. Ma l’alter ego può essere invisibile come Betty, la commuovente vecchietta dell’autobus che profuma “di pittura scrostata, di verdure bollite, di biancheria sporca. L’odore della solitudine”; oppure rancoroso come Emily, direttrice politically-incorrect di un ristorante-truffa. Sono “aglio e zaffiri nel fango” (come recita un quartetto di T. S. Eliot).
Nel frattempo Ruth ha avuto modo di sdoganare la cucina etnica, sempre ignorata dalla critica ufficiale; senza scampare ai sensi di colpa del gourmet di buon cuore: le malinconiche truffe del mestiere (“stasera abbiamo vendicato tutte le vecchie signore di New York”); le bufere politiche tratteggiate dal marito Michael, giornalista d’inchiesta alle prese con Unabomber e Bin Laden, e soprattutto la battaglia contro il cancro dell’amica Carol. Un viaggio ai confini di una personalità e una professione.
“Mi ero resa conto che tutti recitiamo quando andiamo fuori a cena. Ogni ristorante è un teatro, e quelli famosi ci spingono a immaginare noi stessi ricchi e potenti, circondati da stuoli di camerieri dediti soltanto a garantirci felicità e piatti sublimi. Ma anche quelli più modesti offrono la possibilità di trasformarsi in qualcun altro, almeno per pochi istanti”.
Come dire: ce ne fossero… Ma la spersonalizzazione è in agguato: meglio mascherarsi per l’ultima volta nella serena redattrice di Gourmet, rivista di cui la castana e riccia Ruth è tuttora brillantemente editor-in-chief.


Recensione di Alessandra Meldolesi

Aglio e zaffiri