Le Marinate
Sapori d’avventura
La schiscetta ovvero la pausa-pranzo fai da te
A Milano, ma suppongo anche altrove, molta offerta gastronomica del mezzogiorno (bar, trattorie, ristoranti ecc…), è pessima: pastasciutte scotte, troppo condite e pesanti, miserrimi panini mollicci al prosciutto plasticato, tristi “insalatone” senza capo né coda, vera accozzaglia di ingredienti di dubbia qualità.
Questo mangiare è triste, pesante, poco salutare e soprattutto, non è buono!
Da piacevole intermezzo e momento di ricarica, la pausa pranzo spesso si trasforma in esperienza fantozziana.
Già da qualche anno però, prima surrettiziamente e ora più apertamente, un serpeggiante movimento di carbonari ha iniziato a reagire a questo stato di cose. La pausa-pranzo “fai da te” è ritornata in auge. Aumenta il numero di coloro che si preparano a casa qualche cosa da mangiare poi durante la sospirata pausa: un panino con le verdure grigliate, un’insalata leggera, una frittatina con le erbe profumate ecc… Ovvero, per dirla alla lombarda, il ritorno della “schisceta”, cioè della mitica “gavetta” cara a tanta iconografia operaia e militaresca: quel contenitore di alluminio (ma ora ne esistono di comodi e belli in acciaio) in cui il poveraccio di turno, operaio o milite che fosse, “schisciava” (cioè schiacciava) il suo mangiare.
La situazione è adesso molto cambiata: chi “schiscia” non lo fa necessariamente per risparmiare, ma soprattutto per non soggiacere agli obbrobri della ristorazione media del mezzogiorno. Prepararsi cose che piacciono veramente e spesso più sane ha anche un’innegabile connotazione emotiva: è prendersi cura di se, volersi coccolare, rifiutarsi di essere complici di una ristorazione omologata e omologante. “Il pranzo è mio e me lo gestisco io!”.
Vi passo alcune ricette tratte dal mio libro “Pausa Pranzo. Come stare lontano dai bar e vivere felici” (Guido Tommasi editore, Milano)>.
Sono piatti “vagabondi” e senza patria: sapori italiani si alternano a influenza straniere, giocosamente e senza prendersi troppo sul serio. Prendeteli come suggerimenti flessibili e non come dogmi gastronomici: assaggiateli, cambiateli, stravolgeteli, rinominateli, impossessatevene, divertitevi…