Le Marinate

Amarcord

Pippo Apicella

"una frittata di cipolle grande come la luna"

Pippo Apicella ha pubblicato la sua "opera prima" a settant'anni: un libro di cucina. Timido e permaloso come un orso non ha mai brigato per rendersi visibile al mondo della editoria, ma continua a inzeppare il suo cassetto, perché, come dice lui, a scrivere si diverte come un riccio

Debbo confessare che il cibo dell’infanzia fu per me una noia terribile. La cucina di mia madre, variata e succulenta come quella di un orfanotrofio coi genitori ancora in vita, non mi muoveva al rifiuto o alla protesta; per me il riso cotto nel latte o la fettina di bollito erano qualcosa di simile alle tabelline e ai geloni: una cosa che ci doveva essere.
Quella volta che tentai di esternare la mia repugnanza per le barbabietole, mi scontrai con l’Italia del Piave, in persona di un padre ex ufficiale medico di complemento dei reparti d’assalto. “… io mi piace – motteggiò – … io non mi piace… ma come farai a fare il soldato, tu?”. E poiché a quel tempo (i bimbi d’Italia si chiaman Balilla) suprema aspirazione di ogni italico maschietto era quella di fare il soldato, le barbabietole e la nausea mi scivolarono disciplinatamente giù per il gorgozzule. La Patria aveva reclutato un piccolo combattente di più.
La guerra, gastronomicamente parlando fu per me soprattutto una questione di “quanto”, e il quanto era sempre maledettamente poco. Adolescente grasso come una lucertola mi capitò una volta di riparare in una casa di compagni dove mi offrirono una frittata di cipolle grande come la luna. Dimenticai i tedeschi che cercavano per il paese la staffetta, e chiesi se era tutta per me. Il vecchio e la vecchia si guardarono un momento e dissero di si, mettendosi a sbocconcellare un po’ di polenta fredda.
Ecco perché la frittata la amo come la madre autentica, quella che son sicuro di avere avuto.