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Pippo Apicella

Pippo Apicella è un vecchio avvocato pieno di contraddizioni. Il solo Inglese che conosca lo ha imparato dalle scatolette del Piano Marshall e da una serie di pazienti intuizioni che gli hanno permesso di imparare l'ostico e obsoleto linguaggio di programmazione con cui quarant'anni dopo ha scritto tutti i programmi dello studio. Veste con i rimasugli delle liquidazioni dello stocchista, ma respinge l'ipotesi che un Whisky possa non provenire da Islay. Ha trascorso più tempo in carcere che all'estero, dal momento che in entrambi i luoghi è stato solo per ragioni di lavoro, ma è innamorato dell'Inghilterra, dove, la sola volta che c'è stato, ha trovato il modo di farsi capire con le scatolette di carne e i verbi di dBIII plus.

Le sue letture e i suoi interessi ricordano un hard discount della banlieue di Santangelo Lodigiano, ma lui si diletta di comporre epigrammi latini. Qualche malevolo lo accusa di essere uno snob. Non è un cuoco, e neanche un buongustaio, ma è diventato cuciniere per necessità, e la faccenda lo ha intrigato più di quanto non pensasse, specialmente da quando si è accorto che gli permetteva di fare la Rivoluzione.

La piccola distribuzione vive infatti il confino dorato delle boutiques delle papille: la gente comune fà la spesa al supermercato, inevitabile piovra multinazionale che vende piatti pronti surgelati, liofilizzati e persino di cartering. Quando a un popolo gli hai tolto persino l'autonomia della cultura del cibo, dopo lo metti davanti al televisore con un vassoio sulle ginocchia, e un silenzio da mettersi a piangere. In Italia non può succedere? Si diceva così anche dell'eroina.

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