Accademia del fornello

Single: Divagazioni di Pippo: Le Ricette di MangiareBene

Magnagati

“Venexiani gran signori, padovani gran dotori, visentini magnagati, veronesi tuti mati”. La filastrocca il Curatore l’ha imparata da bambino, da Nonna Maria, rovigotta DOC e quindi in qualche modo “super partes” rispetto ai popoli della filastrocca.
Di poco maggiore d’età rispetto a Beppe Bigazzi sente a sua volta il dovere di confessare d’avere mangiato il gatto in umido in tempi remoti e non volentieri ricordati.
La ricetta di Bigazzi è inappuntabile quanto il suo garbo di conversatore ornato da quella inconfondibile e un poco asciutta “favella toscana” che aggiunge sempre un pizzico di sale al discorso.
È necessario a questo punto stabilire un confine tra le ragionevoli convinzioni e una sorta di integralismo che ad esse si vada ispirando. Il rispetto per la vita animale è cosa buona, ma il fanatismo di un europeo che si copre la bocca per timore di uccidere un moscerino è un microscopico sentiero per il passaggio della intolleranza, cioè del rifiuto preconcetto di conoscere le cose che sono accadute o che accadono. Il clamore per il prezioso gatto di Bigazzi è del tutto fuori dalla storia minima delle piccole cose: in sostanza è una futile montatura. Il gatto era un tempo un servizio di derattizzazione gratuito, tanto che gli usci delle case presentavano spesso un pertugio per farlo entrare anche quando si chiudeva la porta.
E ora? Ora il gatto che mangia i topi non serve più: il progresso ha già provveduto a licenziarlo. Se proprio insiste per entrare impari a suonare il campanello.