Accademia del fornello
Single: Divagazioni di Pippo
I treni
Nel dopoguerra i treni erano ancora treni veri,col carbone e tutto. I tempi di percorrenza erano asiatici, ragione per cui si rendeva spesso necessario consumare almeno un pasto durante il viaggio. Forse c'era anche qualche vagone ristorante, ma il curatore non l'ha mai visto, e comunque sarebbe stato una cosa più esclusiva della saletta dei VIP degli aeroporti di oggi.
I treni, allora, avevano tre classi, i pasti sostanzialmente due: le pagnottelle portate da casa e il cestino da viaggio – un lusso comunque accessibile.
A quel tempo la gente comune non viaggiava per divertimento. In realtà il rischio di ore e ore in piedi nei corridoi stipati faceva esulare qualsiasi ipotesi di divertimento, ma era già un progresso rispetto alla stabulazione nei vagoni merci arricchiti da un giro di panche di legno, scomparsi dalla Milano-Venezia solo nel 1948. In quegli anni il curatore frequentava la Università di Pavia, e moriva dalla voglia di viaggiare. Fu un condiscepolo che pativa la stessa pena a proporgli, visto che non potevano viaggiare, almeno di andare a vedere i treni in Stazione. In fondo gli sbuffi, i fumi, i sibili si potevano godere anche senza pagare, o meglio pagando il prezzo simbolico del biglietto di ingresso che allora era ancora abbastanza seriamente richiesto.
La Stazione divenne così per i due amici una specie di cattedrale del sogno. Uno dei due buttò via i libri a un passo dalla laurea e finì col diventare un fotografo da antologia prima che una morte prematura ci privasse dei suoi sogni di celluloide. L'altro, che sognava solo a tempo definito, fece una vita normale ed è ancora vivo, sempre più spesso in compagnia di quelli che vivi non sono più. Tornando alle classi del cibo, un imprevisto momento di prosperità consentì al curatore di offrire all'amico un convito sardanapalesco: un cestino da viaggio che venne consumato su una panchina della Stazione. A distanza di più di cinquant'anni il curatore ricorda quel cestino come una esplorazione. La forchettina di latta, il bicchiere di bachelite, il microscopico cavatappi alla cameriera per accedere al lillipuziano fiaschetto di chianti, lo stuzzicadenti imbustato, la bustina del sale di carta azzurrina ... avevano pensato a tutto, come una mamma affettuosa.
Recentemente il curatore scoprì che la sua amica latinista (quella dell'automa, per chi si pazienti di seguire queste chiaccherate) desiderava quel panino con l'hambuger di cui aveva sentito parlare dai nipotini di un'amica. I due vegliardi, scortati da un giovinottello di cinquantatrè anni padre un poco tardivo di due meravigliose bambine e quindi pratico del territorio, che fu subito entusiasta all'idea di accompagnarli, fecero il loro ingresso nel tempio di una multinazionale della pagnottella. L'amica giocava a bambole con sè stessa. Si capiva che aveva trovato la compagnia dei suoi sogni d'infanzia. Il curatore, in quello spartano panorama di vaschette e di bustine, cercava di riallacciare un discorso coi suoi sogni di giovinezza e di scambiar parola con quello che aveva buttato via i libri, ma non ci riusciva. Sentiva intorno al cuore la mano forte e gelata della multinazionale. Gli mancava forse la macchia di caffè sul grembiulone bianco dell'uomo del carrello dei cestini.