Accademia del fornello

Single: Divagazioni di Pippo

Da metterli in prigione…

Quelli che parlano di "insalatona" proponendola agli adulti, quelli che scrivono di "cipolline" (gli spaghetti di una graziosissima sposina di conoscenza del curatore avevano uno strano sentore acetoso. La ragazza non aveva molti studi, e aveva preso la cosa alla lettera). Accrescitivi e diminutivi sono legittimi, ma quando non servono, possono diventare il vestito alla marinara delle parole: roba da bambini poco fortunati.
Da mettere in prigione quelli che consigliano di setacciare la farina sulla spianatoia (l'ultima il curatore l'ha vista in giro nel 1950 infilata sotto il piano di marmo dell'avveniristico tavolo della cucina materna); quelli di mezza età che hanno in penna "i buoni sapori di un tempo", entrati in rapida agonia alla fine degli anni quaranta. Ma soprattutto carcere duro agli inventori dei nomi dei panini. Il curatore qualche volta è costretto a fermarsi in autostrada per spararsi nello stomaco un sostituto di pasto. Scruta, soppesa, si avvicina alla cassa e comincia a vergognarsi. Come faccio – mastica tra sé – come faccio a dire in pubblico "un contadinello", oppure "un primavera" o un "montanaro con ruchetta", o qualcosa di simile? Non è come entrare in profumeria a chiedere "amour amour" o "moment suprèm", preferibilmente alla commessa più attempata e quasi cercando complicità. Chiedere un "contadinello" per farsi largire un po' di plastica blindata è la capitolazione di chi è costretto dall'appetito ad usare le parolette arbitrarie ed ineleganti imposte dai cruscanti della grande distribuzione. Questo mastica tra sé il curatore, e di solito è tutto ciò che finisce col masticare in quei casi, perché alla cassa, vittima di un ipertrofico rispetto di sé, ordina un bicchiere di bianco.