Accademia del fornello

Single: Divagazioni di Pippo

Con affezione, tuo…

Compare sul solito supplemento del solito autorevole quotidiano un articoletto riguardante la doma dolce dei cavalli, che sarebbe tecnicamente migliore, più conveniente e meno inutilmente afflittiva per il quadrupede liberato dal tormento del morso, della frusta e di altre diavolerie.
Al Curatore viene in memoria quel preistorico allevatore siciliano che insegnò a una bambina a cavalcare “a pelo” e col solo aiuto di una corda legata intorno al muso del cavallo. Lui, il vecchio, quando entrava in paese, smontava e il cavallo lo seguiva spontaneamente. Con brachilogica malignità definiva chi montava con tanto di speroni ed altri accessori come “lu addu ‘capo a lu fumeraru”, cioè il gallo (notoriamente dotato di speroni) sopra l’immondezza.
La “doma dolce” la avevano peraltro già inventata gli indiani d’America che ignoravano staffe, morsi, selle e naturalmente fruste e speroni, ciò che non impedì loro di essere definiti la migliore cavalleria leggera del mondo.
Il Curatore è letteralmente terrorizzato dai cavalli e non ne monterebbe uno per tutto l’oro del mondo, ma nella sua sconfinata ignoranza gli sembra che buonismo e zuccherosità a parte, il concetto sia buono e meriti di essere diffuso.
Ma, come si suol dire, “al meglio non c’è fine”, e la Lega Antivivisezione propone la classificazione del cavallo come “animale d’affezione” con conseguente divieto di macellazione.
Nella storia si sono macellati almeno tanti cavalli quanti uomini. L’ippofagia fu la prima risorsa dell’assedio di Parigi del 1870; tornando a Mosca i cinquantamila superstiti dei cinquecentomila della Grande Armé macellarono gran copia di cavalli esausti, per tacere dei muli, loro parenti poveri, macellati dai nostri durante la ritirata del 1942. Negli anni postbellici i paesi dell’Est, ancora a corto di motorizzazione, esportavano in Italia cavalli che venivano regolarmente macellati.
E il contadino del Sud, che usa il proprio ronzino per la spola campagna-paese, è proprietario di un animale da lavoro o di un animale d’affezione?
E quando il ronzino tira le cuoia, può almeno trasformarlo in carne edibile, o deve provvedere ad incenerirlo col consenso delle Autorità sanitarie?
Una analisi della campagna del 1812 ha messo in luce che un cavallo nutrito ad erba deve brucare almeno tre ore al giorno. Ne consegue che detto nutrimento è incompatibile con la stabulazione ristretta, e quindi l’animale vive in condizioni ottimali. Senza anatemi e assurde riqualificazioni basterebbe fissare normativamente una filiera specifica.
E col bue, che ancora è impiegato in lavori agricoli, come la mettiamo?
Definiamo “animale d’affezione” anche quello, magari per via di una certa faccenda di duemila e passa anni fa?
Il Curatore sarebbe di parere contrario, perché dovrebbe estendersi la qualifica anche all’asino, e i cavalli ne avrebbero certamente a male.