Accademia del fornello
Single: Divagazioni di Pippo
Avanzi di galera
“Avanzi di galera” è un libro. Prima di essere un documento è un libro; prima di essere un ponte o una finestra è un libro, e per di più un libro collettivo, che è cosa ben diversa dall’essere una raccolta di scritti di diversi autori. La omogeneità del garbo dello scrivere lascia trasparire la imponenza del sottostante lavoro redazionale.
Chi ha curato la redazione dei testi raccolti qualche volta li ha lasciati com’erano, ma più spesso li ha omogeneizzati in una linea espositiva che senza sopraffare alcuna individualità consente di seguire il sottostante filo del linguaggio e dei concetti profondi, più spesso tristi che allegri, più spesso autoironici che ironici (ma il pezzo della cotoletta alla milanese evoca una fantasia da Buffalmacco che sarebbe esemplare in un corso di scrittura creativa).
Il recensore – Domine non sum dignus – ha trascorso nel 1943 e 44 un paio di anni scolastici in un collegio vescovile ben lontano da casa sua dove il timore delle incursioni aeree aveva fatto affluire ragazzi di ogni provincia lombarda. Eravamo in seicento, e non c’era nemmeno il carrello ma i robusti camerieri passavano davanti ai tavoloni a posti affiancati recando su un braccio un secchio e nell’altra mano un mescolo.
Il refettorio era lungo come una pista di Linate, la porzione era quella consentita dal razionamento di guerra. Gli ultimi della fila, la loro sbobba oltre che trovarla fredda, gli toccava più liquida che ai primi.
Era evidente che menu e tabelle vittuarie fossero la prima cosa da guardare, e trovò che non era cambiato un gran che, anche se nel frattempo era scoppiata la pace. La sbobba l’ha conosciuta da ragazzo, ed ora che è vecchio non è ancora riuscito a dimenticarla.
L’uomo del mondo in libertà, quando si avvicina alla conoscenza della condizione carceraria si sente una specie di alieno, tanto è vero che una espressione comunemente ricorrente è quella di “pianeta carcere”. Il recensore non intende emulare i pochi galerologi veri né arruolarsi tra quelli di complemento: cinquant’anni di avvocatura penale lo hanno tenuto vicino alla vita carceraria quantunque ad essa in quella condizione di “passante intimo” ai cui accenna Nicodemi.
Non tanto passante, però, da non aver colto i segni di una organizzazione di influenze e di poteri leggibili nella omologazione della scelta dei difensori e persino della scelta delle condotte processuali di tanti soggetti diversi e talvolta di differenziati interessi.
Solo a chi non voglia vedere può sfuggire la connotazione nel bene e nel meno bene di una stretta aggregazione di persone non legate tra loro da vincoli di famiglia, sviluppantesi giorno dopo giorno in spazi predeterminati e ristretti, simile più a quella dei marinai di Magellano che a quella dei frati degli ordini di clausura.
Merito indiscutibile del libro è quello di essersi fermato in cucina, cioè dove il così detto “Pianeta carcere” è meno dissimile dalla vita del mondo in libertà.
Il carcere non tradisce se stesso: non una parola sui contenuti e sugli strumenti di una gerarchia interna alla popolazione detenuta, ma la pagina di alta civiltà giuridica riservata al quarantuno bis è letteralmente degna della sostanza di Beccaria. Il carcere non tradisce se stesso, ma semplicemente ragiona in termini di “Sei capace? No? E allora…” che segna il confine tra la capacità investigativa e il ricorso alla tortura.
Il resto del gradevolissimo libro (estratti del regolamento carcerario compresi) rappresenta una garbata guida turistica attraverso un panorama poco e male conosciuto. Non me ne vogliano gli autori delle ricette se non di esse mi occupo: con maggior comodità e attrezzatura le faccio anch’io, e credo di avere poco da imparare a questo limitatissimo proposito. Ho invece tutto da imparare sulla ingegneria della costruzione degli strumenti, ma non ci tengo perché penso che i miei settantacinque anni mi mettano ragionevolmente al riparo da questa necessità.
Ritengo per contro idiota che si mortifichi il lavoro umano creandone la necessità e fingendo di ignorarla con la scusa che sarebbe proibito. In galera si uccide con le mani, col materasso che va a fuoco, coi lacci da scarpe e chissà in quali altri modi, magari anche col coltello di fortuna. Eppure dovrebbe esserci un modo di dare in dotazione un coltello “ministeriale” di assoluta sicurezza, una grattugia altrettanto ministeriale e magari un sapone antiscivolo per il caso che qualche disperato decida di darsi la morte da sé.
Uno Stato che scrive sulla propria bandiera “non voglio grane!” e distribuisce i coltelli della Barbie lasciando le grane a chi desideri un pericoloso spaghetto o una eversiva insalata di pomodoro non è un gran che di Stato.
Questa almeno mi pare la morale del libro, e se è così son d’accordo da sempre. Se non è così vuol dire che ho capito male e faccio dichiarazione di pentimento.