Accademia del fornello

Single: Divagazioni di Pippo

Agatha e le zucche

Al Curatore è qualche volta capitato di assistere a una simpatica trasmissione di quiz. Al concorrente viene posta una domanda e una serie di ipotesi di risposta, di cui una sola esatta.
I concorrenti che arrivano a sedersi di fronte al conduttore sono selezionati con criteri che è lecito presumere che siano seri ed imparziali. Si succedono uomini e donne, giovanissimi, meno giovani e persone decisamente mature, che hanno agio di spiegare al pubblico il perché di ciascuna scelta: un campionario vivissimo dell’Italia che legge, che va al cinema o alla partita, che guarda la televisione.
Prima o poi arriva anche la domanda di cucina o almeno di identificazione alimentare. “Se vi mettono davanti una panzanella ( l’esempio è ovviamente di fantasia) cosa fate?
A: non ci credete? B: la mettete all’occhiello? C: la portate in tintoria? D: la mangiate?”.
La frequenza con cui domande di questo tipo mettono in imbarazzo laureande in fisica nucleare o giovanili capistazione in pensione indica la morte dell’argomento nel sentir nazional-popolare, cioè l’agonia della cucina di casa.
Il Curatore ha sentito allora il bisogno di ripescare l’imperdibile “Le fatiche di Hercule” in cui il grande investigatore conversa con un amico dottissimo su tutto il mondo classico che gli domanda “cosa farà Lei quando si ritirerà dal Suo lavoro?” ottenendo la imprevedibile risposta “mi dedicherò seriamente alla coltivazione delle zucche”. L’umanista definisce questo ortaggio “queste cose enormi,rigonfie e verdi che hanno un sapore acquoso” corroborando nel suo interlocutore il proposito di produrre delle zucche che non abbiano sapore acquoso e che possano esser mangiate senza cospargerle di salse.
L’interlocutore è scettico “non La vedo proprio a spargere il letame e ad annaffiarle con un filo di lana inumidito e tutto il resto”. Alla grande Agatha possono essere attribuiti dei difetti, ma non quello della imprecisione nel descrivere abitudini e cultura della società inglese del 900. Il dotto grecista ben poteva quindi essersi interessato “de visu” a quella coltivazione delle zucche che evidentemente faceva parte di una cultura diffusa che non avrebbe fatto soffrire nessuno con la faccenda della panzanella.